C'e' da salvare la citta' nella natura

"C'e' da salvare la citta' nella natura. Il risanamento dall'interno.
Basta che i fautori del progresso si pongano il problema.
Questa regione, [...] e i villaggi intorno, dovrebbero essere rispettati proprio nel loro rapporto con la natura. Le cose essenziali, nuove, da costruire, non dovrebbero essere messe addosso al vecchio.
Basterebbe un minimo di programmazione. ........e' ancora in tempo per fare certe cose. [...]
Quel che va difeso e' tutto il patrimonio nella sua interezza.
Tutto, tutto ha un valore: vale un muretto, vale una loggia, vale un tabernacolo, vale un casale agricolo.
Ci sono casali stupendi che dovrebbero essere difesi come una chiesa o come un castello.
Ma la gente non vuol saperne: hanno perduto il senso della bellezza e dei valori. Tutto e' in balìa della speculazione.
Cio' di cui abbiamo bisogno e' di una svolta culturale, un lento sviluppo di coscienza......".
Pier Paolo Pasolini, 1974

Rassegna stampa

5 Maggio 2010


articollo  di Walter Patalocco ("il messaggero" 5 maggio 2010)
Sono parecchi, adesso, i tetti rossi di Papigno. Ma a metà degli anni Settanta, quando la fabbrica del carburo chiuse i battenti, il paese era tutto grigio. I tetti, i muretti lungo la strada, persino le facciate delle case su cui si posava, ricadendo dall’alto, uno strato di polvere che rendeva il paesaggio surreale. Erano i fumi che le ciminiere della fabbrica nata sulla sponda del Nera avevano scaricato per decenni nel cielo, proprio all’altezza delle case abbarbicate sullo sperone di roccia che svetta dirimpetto.
Erano i tempi dell’industrializzazione. Quando non si andava per il sottile col rispetto della salute della gente. Figuriamoci con quello per le bellezze della natura. Una delle gole fino ad allora più ammirate della Valnerina, all’inizio del ventesimno secolo, fu sconvolta dall’industrializzazione: la parete rocciosa mangiata dalle ruspe, grandi paratoie sul Nera, la centrale di Galleto e quella di
Pennarossa, i grossi tubi delle condotte forzate, la sottostazione di Villavalle.
E le ceneri dei forni che venivano ammassate lì, sulla spianata davanti alla fabbrica. Anni dopo, sopra a quella discarica delle ceneri dei forni, ci hanno fatto un campo di calcio. «Era il campo della Robur, quando qui a Papigno si visse una stagione di soddisfazioni almeno nel calcio», ricorda Roberto. Roberto, adesso, ha una settantina d’anni, tre figli, quattro nipoti. «Ero io l’allenatore della
Robur e giocavamo lì. Più di recente ci giocavano quelli del campionato Arci. Mo’ addio campo».
L’hanno dismesso quando si sono accorti che il terrapieno era fatto di sostanze inquinanti. Tutta l’area retrostante il vecchio campo di calcio è stata anch’essa interdetta: recintata. Bisogna adesso pensare alla bonifica. C’è un piano. Si aspetta venga messo in atto. «Anche gli orti ci hanno levato. Vabbè che quella terra è del Comune, ma erano anni che ci lavoravamo. Pensa... uno lo faceva mi’ padre», ricorda Roberto. Già, gli orti. Una delle ripercussioni dell’industrializzazione è stata proprio quella di sconquassare quella che era una delle zone coltivate di maggior pregio: frutteti. Le pesche gialle di Papigno che ora hanno un capitolo
tutto per loro dentro l’archeologia arborea. Non se ne trovano più. In Italia, almeno. Perché adesso quel seme è stato portato in California e laggiù sembra che se ne producano parecchie di quelle pesche giallone che i papignesi difesero a spada tratta, ricorrendo anche a quintali di carte bollate.
Ma alla fine nulla poterono contro la modernità che avanzava e i soldi della società della Carburo di Calcio e della Terni.
Scomparve così una specie entrata, tra il Settecento e l’Ottocento, in una specie di mitologia vegetale alimentata da turisti e studiosi nordeuropei che sceglievano la zona di Papigno quale tappa fissa dei loro viaggi in Italia. Pesche che pesano più di mezzo chilo l’una, annotava nel taccuino di viaggio (una “bibbia” turistica dell’epoca) lo scrittore tedesco Johann Jacob Volkmann, alla metà del Settecento.
E si dice che all’inizio dell’Ottocento casse di pesche partissero da Papigno per la corte inglese: la regina Carolina Amelia sembra ne fosse diventata ghiotta dopo averle assaggiate proprio durante un breve soggiorno a Papigno. “Che persicu che cessimo - scrive il poeta dialettale Calvino Grifoni - era bonu e squisitu /anche lu re magnava perché era sapuritu”.
Tutto finito nel dimenticatoio. Papigno oggi ha circa 500 abitanti (erano più di duemila alla fine del XIX secolo, quando era famoso solo per la sua bellezza, i suoi ortaggi e le sue pesche), è una frazione di Terni dal 1927, anno in cui, con la creazione della Provincia, il Comune venne soppresso. Un dormitorio per chi lavora a Terni. «Qui di giorno vedi in giro solo noi pensionati - racconta Roberto - Ecco ci mettiamo qui, su questa specie di terrazza e ragioniamo o questioniamo di calcio, di politica, di caccia e pesca...».
La terrazza è una specie di belvedere semicircolare che sta sulla piazza intitolata a Giovanni Di Giuli, un partigiano ucciso dai tedeschi a Rivodutri. Per chiamarla piazza ci vuole un bello sforzo di volontà: praticamente è un incrocio tra la strada che dalla Valnerina attraversa il paese per raggiungere Marmore e Piediluco, e tra quella che esce dal “castello”, la parte più vecchia di Papigno. Ma è “la” piazza: lì, su uno dei maschi della rocca è la lapide dei caduti e quella di chi si
sacrificò per la liberazione dal nazifascismo.
Fu terra “rossa”, Papigno. Che non lesinò il proprio contributo alla guerra partigiana. D’altra parte era un centro abitato da operai negli anni Quaranta del Novecento. Tutti dalla fabbrica ricevevano non solo veleno da respirare, ma anche un posto di lavoro. «Io ho lavorato lì, in quei capannoni fino a quando non hanno chiuso.Poi a Nera Montoro e infine all’acciaieria», racconta Roberto. Quei capannoni... «Robba monumentale... c’hanno speso un sacco di miliardi per rimetterne a posto alcuni. Per farci il cinema.
Ed in effetti quando ci giravano i film qualcosa qui si è visto. C’era movimento, qualcuno affittava le case... Adesso è un deserto. Me sa’ che s’è ripreso tutto il Comune...», dice uno dei quattro cinque pensionati seduti sul parapetto della terrazza. «Ma no - gli replicano - ce l’hanno quilli de Cinecittà!». «Ah, quilli de Roma...».
“Quilli de Roma” che sembrava chissà cosa dovessero farne di quegli studios che hanno trovato una certa vitalità solo con Roberto Benigni. Ma Benigni dopo averci girato La vita è bella e Pinocchio ha ceduto ogni cosa. E da allora che lì ci sia Cinecittà è testimoniato solo da una bella targa che sta sull’ingresso.
La vitalità maggiore, a Papigno, è quella delle domeniche di primavera e d’estate, quando arrivano i turisti. Turisti di passaggio, che a Papigno salgono dalla strada che porta alla Cascata delle Marmore per comprare panini, salsicce, prosciutto e l’immancabile porchetta. Un paio di negozi hanno sempre la fila nei giorni festivi, fino all’ora di pranzo. Poi riprende lo scorrere quotidiano della vita: nel silenzio quasi assoluto rotto soltanto dal rombo di qualche motocicletta che passa: dentro Papigno rombavano cinquant’anni fa le moto da corsa del Circuito dell’Acciaio; il percorso è quello di allora e c’è chi non resiste alla voglia di fare in motocicletta quelle tre o quattro curve. Una moto che passa rombando o la navetta che porta i turisti dal belvedere inferiore della cascata a quello superiore.
Ma la domenica dura un giorno. Gli altri sei scorrono lenti come il fiume Nera che, sotto il ponte di Papigno, ridiventa calmo e tranquillo dopo le rapide susseguenti alla cascata, quelle che attirano (di domenica) i tanti appassionati di rafting o canoa canadese. Ci sono le paratoie a calmare il fiume.
Un altro segno dell’invadenza dell’industrialismo.
E i giovani? Che fanno i giovani di Papigno? «Qui? Niente. D’estate si radunano, si siedono sul parapetto della terrazza e chiacchierano. Poi pigliano la macchina e se ne vanno verso Terni. Adesso vanno e vengono come gli pare _ racconta Roberto _ Mica come quando eravamo giovani noi. Se volevi anda’ a Terni dovevi fartela a piedi almeno fino al ponte dove stava la fermata del tram.



11 maggio 2012


PAG. 24 IL Giornale dell'Umbria


22 giugno 2012


 

Un progetto di riqualificazione “abusivo” elaborato dai cittadini

Papigno si prepara al rilancio

di  ARNALDO CASALI

TERNI - I cittadini sono stanchi di aspettare soluzioni dall’alto e si riprendonoil borgo, e non solo, con un Progetto per il éaese
È proprio questo, infatti, il nome della proposta presentata ieri mattina al sindaco Di Girolamo: un progetto
elaborato dal comitato Papignopesche e dal centro sociale in collaborazione con il Club alpino italiano e la circoscrizione Est, che ha l’obiettivo di riqualificare l’area intorno agli ex stabilimenti chiusa ormai da sette anni.
L’area - vasta oltre 100mila metri quadrati - comprende i campi sportivi e altre strutture un tempo a disposizione della cittadinanza e oggi inaccessibili. Nel 2005, infatti, un’ordinanza dell’Unione Europea
fece chiudere l’intera area per inquinamento da idrocarburi. Poco dopo il terreno entrò nel contratto stipulato dal Comune di Terni con Cinecittà: l’impegno della società romana (che paga un affitto complessivo di 3000 euro al mese) era di bonificare la zona per poi costruire un hotel e un grande parcheggio con l’obiettivo di incentivare l’utilizzo degli studios da parte delle produzioni cinematografiche.
Dopo sette anni, però, nulla è stato fatto e i paesani hanno deciso che il tempo dell’attesa è finito: «Siamo
entrati abusivamente nell’area - spiega Giuseppe Livi, presidente del centro sociale - e abbiamo effettuato
dei rilievi, con il preciso obiettivo di elaborare un progetto di riqualificazione ».
Quel progetto “abusivo” è finito ora nelle mani del sindaco Leopoldo Di Girolamo. «È un elemento di orgoglio e rappresentazione della propria comunità» commenta.
«Nei cittadini crescono gli elementi di insoddisfazione - continua il primo cittadino -, ma di solito c’è
un generico appellarsi alle responsabilità delle istituzioni. Qui, invece, ci sono i cittadini che si rimboccano
le maniche nell’avanzare delle proposte ». «Insomma - continua il sindaco - ci si riappropria del proprio destino e se ne diventa protagonisti.
Credo che questo sia un segno fondante della democrazia. E sfata il luogo comune secondo cui nei centri
sociali ci si limita a giocare a carte e a ballare».
«Si punta a recuperare il senso della bellezza e dei valori e l’orgoglio per il posto in cui si vive» aggiunge Di Girolamo, accogliendo ufficialmente la proposta. Una proposta che non potrà avere seguito, però, se il
Comune non si fa carico dei lavori di bonifica. «I lavori complessivamente dovrebbero costare 350 mila euro.
Per il momento il Comune dovrebbe recuperarne 200mila» spiega Livi. «Puntiamo di arrivare alla bonifica
di almeno il 30% entro la fine dell’anno - dice il sindaco - per i finanziamenti aspettiamo il consuntivo
di bilancio».
Il progetto di riqualificazione dellavasta aerea antistante l’ex stabilimento, in realtà, è solo l’ultimo atto
di un recupero del borgo iniziato tra le stesse mura cittadine. «Eravamo stanchi di aspettare soluzioni
che non arrivavano mai - spiega Maria Cristina Garofalo, presidente del Comitato Papignopesche
- per questo abbiamo deciso, in collaborazione con la Circoscrizione, di attivarci e partecipare in prima
persona alla rinascita di Papigno».
«Una parte del paese era diventata bosco» spiega ancora Livi. «Con ilcomitato Papignopesche, presieduto
da Maria Cristina Garofalo, abbiamo eliminato le sporcizie, tagliare
le erbacce, scoperto terrazzamenti e orti perduti più di trent’anni fa. Abbiamo scoperto orti pensili e ne abbiamo impiantato altri».
Prima dell’arrivo della fabbrica Papigno era conosciuta per la qualità delle sue pesche. L’obiettivo del comitato cittadino e del Centro sociale è stato quindi, in primis, ritrovare le
radici del borgo stesso. «Il punto di partenza è stato riportare alla luce gli antichi orti terrazzamento
del paese, che ha poi nutrito ulteriormente la voglia di ripensare l’intero assetto urbanistico e sociale, in breve la qualità della vita di Papigno attraverso azioni dirette attraverso il volontariato: la progettazione strategica per dare al paese un futuro nell’ambito del turismo e la progettazione di servizi di pubblica utilità per i residenti». «La comunità di Papigno - conclude Garofalo - è adesso pronta a confrontarsi con l’amministrazione comunale con la speranza che il progetto partecipato, possa essere compreso, sostenuto, incoraggiato e preso in carico».
Il progetto elaborato è dettagliatissimo e comprende impianti sportivi, un parcheggio riservato esclusivamente ai cittadini di Papigno, un centro ristoro, bagni, area attrezzata, nuovi orti e un’area sosta per camper e servizi. Il tutto a servizio dello stesso paese.

PAG. 38 Il Corriere dell'Umbria

La comunità ha presentato ieri mattina un progetto strategico

Si parte dal recupero degli orti per arrivare ai servizi avanzati

Il borgo di Papigno chiede di rinascere e punta sul turismo

Il sindaco Di Girolamo ha garantito il suo apporto e annunciato che la bonifica sarà completata al 30% entro il 2012

di Giuseppe Magroni


A terrazzamenti e orti che digradavano nel fossato, ma anche la piantumazione di pescheti lì dove un tempo ormai lontano, prima dell’avvio della fabbrica del carburo, per un microclima particolare si producevano
pesche il cui profumoe sapore si sonotramandati nella memoria dei ternani.
La piccola comunità di Papigno vuole ripartire dagli orti e dalle pesche per approdare a servizi turistici avanzati capaci di fare dell’antico borgo anneritodaunsecolo d’industrializzazione una porta attrezzata
per il turismo della Valnerina.
Il progetto “Papigno insieme” è stato presentato ieri mattina a palazzo Spada alla presenza del presidente della circoscrizione Est Stefano Bolletta, che ha già fornito il suo apporto organizzativo, e del sindaco Leo Di Girolamo che ha lodato il senso civico e partecipativodella piccolacomunitàdando anche lui la disponibilità delComune a collaborare.
Il progetto strategico è stato elaboratodallacomunità insieme alla circoscrizione Est e al Centro sociale Papigno.
L’idea parte da Maria Cristina Garofalo,psicologache si definisce “ortolana in erba nativa
papignese”; è stata leiapresentarlo ieri mattina al sindaco.
Una parte del progetto è stata già avviata, quella del recupero e coltivazione degli antichi orti terrazzati, “un lavoro che abbiamo fatto tutto da soli, conforza, energia, passione,allegria e amicizia”.
Il recupero degli orti è propedeuticoaunveroe proprio piano strategico per Papigno il cui cuore è la vasta area a  ridosso dello stabilimento oggetto di bonifica ambientale. Qui il progetto prevede la riattivazione e il miglioramento degli impianti sportivi, un centro ristoro, un parco giochi e avventura per bambini e ragazzi, un’area attrezzatadiaccoglienzaridosso dello stabilimento, saranno per camper e un’area destinata a bancarelle per la venditadi prodotti agricoli.Un’area attrezzatamultifunzionale che dovrà essere collegata al borgo con un percorso pedonale.
Nell’area della Balalaica, quella del curvoneche dallo stabilimento porta al borgo, dovrà essere allestitaunamostrapermanente sulla storia della fabbrica papignese ma anche la piantumazione di un frutteto delle famose pesche di Papigno.
L’attuale parcheggio dovràessere riqualificato e rinverdito. L’ultima richiesta al Comuneè quelladi destinare alcune strutture pubbliche al servizio di questo progetto, per esempiola splendida torre civica che potrebbe ospitareunufficio
di informazioni turistiche.
Il sindaco Di Girolamo ha risposto con entusiasmo alle richieste lodando anzitutto il senso civico epropositivodella piccola comunità. Riguardoalla bonific adell’area sottostante il borgo già approvata e in parte finanziata dal ministero dell’Ambiente, cruciale per il progetto, il sindaco ha detto che “si è conclusa la progettazione esecutiva da parte dell’Arpa.
L’auspicio è che entro il 2012 si concluda il30 per cento dell’intervento”. L’importante è che sia conclusa la progettazione esecutiva,ha chiarito il presidente della circoscrizione Est Stefano Bolletta “perché parte dell’area potrebbe essere bonificata dai privati interessati agli interventi”.

28 Giugno 2012

Il Messaggero  - PAG. 49

Tornano gli antichi orti a Papigno grazie al lavoro di alcuni abitanti L’attesa per la nascita degli alberi di «perzico»

Un gruppo di abitanti ha ricostruito gli orti per ricreare l’ambiente di un tempo

Salvati i «perzichi» di Papigno

La signora Deinde ha custodito gelosamente gli ultimi due alberi della specie

LA SCOPERTA

di LUCILLA PICCIONI
Sembrava scomparsa da almenocinquanta anni. Fino ai primissimi anni Sessanta se ne potevano trovare alcuni esemplari in vendita al mercato coperto.
Era considerata preziosa tanto che la signora Deinde, classe 1918, venditrice ambulante di frutta per tutta la vita, la comprava dai contadini ma non la vendeva la teneva per i propri figli. Sembrava che tutti gli alberi i rinomati «perzichi» di Papigno si fossero seccati uccisi dalle polveri e dai gas conbusti che avevano inquinato tutta la zona con l'avvento della fabbrica. Ed invece almeno due esemplari si sono salvati. E stanno proprio a
Papigno.
«Non diciamo dove, perché sono troppo preziosi; ma questo ci fa ben sperare e cominciamo ad essere ottimisti sul fatto che i perzichi torneranno a Papigno», dice orgogliosaCristina
Garofalo una delle colonne del nuovo movimento che sta riportando alla luce tante bellezze dell'antica municipalità di Papigno.
Per averela
certezza assoluta sull'identità dei perzichi bisognerà aspettare che i frutti maturino, sapore, colore e profumo sono inconfondibili.
I perzichi vegetano nella zona fin dai tempi di Plinio, scrittore e senatore romano vissuto tra il 61 ed il 113
dopo Cristo, ne parla con ammirazione.
Erano apprezzati fin dal'600 e citati in testi d'arte,di viaggi e di letteratura. «Frutti di una non ordinaria grossezza» li dichiara il Riccardi, il proprietario del palazzo in piazza Duomo nei primi anni
dell'800"e Alinda Bonacci Brunamonti, poetessa perugina e donna di cultura vissuta nellaseconda metà dell'Ottocento, li dipinge con le parole "e il Sol
d'agosto imporpora la gota lanuginosa delle pesche d'oro", e ancora la testimonianza entusiasta del Vescovo di Terni Vincenzo Tizzani nel 1843 «le peschedi Papigno pesavano ognuna fino a venti once romane».
L'operadi industrializzazione, iniziata nel 1901 comporta anche degrado da inquinamento delle produzioni agricole nei campi, negli orti e nei frutteti .
Ne rimane colpito anche il famoso pesco.
Riportare a Papigno il «perzico» è importante per i naturalisti per chi si interessa di archeologia arborea ma è l'emblema di un riscatto frutto questo dell' affetto e della caparbietà di ungruppo di abitanti. Quella testardaggine che ha detto no al pressappochismo, ai luoghi comuni che vogliono tutto brutto e senza senso e che incollano gli occhi a demenziali programmi televisivi per etero diretti. Un gruppo di abitanti si è guardato
intorno ha ritrovato forza e coraggio ed ha cominciato a disboscare a studiare a ricercare
antiche mappe e foto del paese. Si sono ricostruiti i vecchi terrazzamenti, quelli per cui Papigno era considerato un gioiello verde, qualcuno ha anche rimesso insieme i vecchi muretti a secco che dividevano
le proprietà.
«Un lavoromassacrante, che ci ha visto faticare come animati da un furore», racconta Cristina Garofalo. E in effetti quel racconto ha il sapore di una fiaba dove i vicini si riscoprono parte di un gruppo, dove chi ha mette a disposizione competenze, conoscenze, materiali. Dove i nonni insegnano i segreti del mestiere ai loro nipoti e insieme raccolgono zucchine, pomodori e lattuga. Rinascono gli orti a Papigno la dove c'erano un tempo, si torna a coltivare e a nutrirsi dei prodotti della propria terra. E in questo contesto di riscoperta il perzico non poteva non avere un posto d'onore.

 

3 dicembre 2013 Umbria 24

Papigno: rinascono gli antichi orti, ma gli abitanti chiedono: «Fate presto con la bonifica»

«Coltiviamo pesche per mantenere viva l'attenzione sul degrado dell'ex sito industriale», racconta Maria Cristina Garofalo, presidente del comitato Papignopesche
Papigno: rinascono gli antichi orti, ma gli abitanti chiedono: «Fate presto con la bonifica»
Gli ex stabilimenti di Papigno
di Francesca Mancosu
Non c’è pace per Papigno, o forse ce n’è troppa. Fra denunce degli ambientalisti  e interrogazioni parlamentari sulla mancata bonifica dell’ex discarica, bandi di concorso per il recupero del sito e nebulose prospettive sulla convenzione tra il comune di Terni e Cinecittà Studios per la gestione degli ormai ex studi cinematografici, in scadenza a dicembre, niente sembra muoversi.  A cambiare le cose, però, ora provano gli abitanti del paese, con un progetto di recupero degli antichi orti a terrazzamento coltivati fino agli inizi del novecento, prima dell’apertura del famigerato stabilimento della Società Italiana per il Carburo di Calcio.
Le pesche di Papigno Pochi sanno, probabilmente, che il borgo di Papigno nell’ottocento era famoso per le sue pesche, ricordate dai viaggiatori del Gran Tour e presenti alla corte inglese di re Giorgio IV. Un’antica tradizione perduta con il sopraggiungere delle fabbriche, e oggi recuperata dal comitato Papignopesche in collaborazione con la sezione ternana del Cai e la circoscrizione Est, con l’obiettivo di riqualificare l’area intorno agli stabilimenti (da sette anni chiusa per ordinanza dell’Unione Europea per inquinamento di idrocarburi). A raccontare la storia di questo ‘sogno collettivo’ è Maria Cristina Garofalo, presidente del comitato e  più volte in prima linea nel chiedere la bonifica del sito. «Dopo la chiusura della fabbrica, Papigno è diventato un luogo senza identità. Abbiamo pensato di dargliene una, riportando in vita quella di un tempo. Così, insieme alla sezione giovanile del Cai abbiamo letteralmente disboscato la selva di cespugli e canneti cresciuta negli ultimi decenni lungo gli antichi terrazzamenti e cominciato a piantare erbe aromatiche, ortaggi ed alberi da frutto, pesche, o meglio, persichi, in primis».
Dalla calciocianamide può nascere un fior Complice l’ottima esposizione e la presenza nel terreno della calciocianamide, che in piccole dosi è un buon fertilizzante, in soli due anni il duro lavoro ha già dato i primi frutti. «Ci vediamo qui ogni sabato, e appena abbiamo un po’ di tempo libero. Appena saremo in grado – racconta ancora Maria Cristina – vorremmo vendere i nostri raccolti tramite i gruppi di acquisto e magari un giorno, chissà, lanciare anche un brand delle ‘pesche di Papigno’. Intanto abbiamo organizzato anche una manifestazione di valorizzazione dei nostri orti, chiamata ‘Semi di libertà’: la prima edizione si è tenuta questo settembre e contiamo di rifarla l’anno prossimo, insieme ad altri eventi che concorrano alla rivitalizzazione del nostro paese».
Far presto sulla bonifica Gli orti – divisi nella zona ‘alta’ e nella zona ‘bassa’ del paese – sono anche un pretesto per mantenere viva l’attenzione sulla mancata bonifica del sito industriale, prima accorpata a quella dell’ex lanificio Gruber e recentemente disgiunta perchè troppo problematica’.  Fino a pochi giorni fa si poteva scendere liberamente fino all’area contaminata; ora c’è un cancello con un lucchetto che ‘impedisce’ l’accesso; ma i nostri figli continuano a giocare nel campo sportivo poco distante. Non si sa ancora con quali ripercussioni sulla salute». A questo punto la palla passa al Comune; solo due settimane fa, alla presentazione del rapporto di Legambiente sull’ecosistema urbano,  il sindaco Leopoldo Di Girolamo aveva infatti  promesso l’avvio di «carotaggi dell’area di fronte allo stabilimento, al campo di calcio, per capire se si può procedere con la fitodepurazione».